Mafia, impresa, commercio equo: alcune riflessioni

libera.jpgTra i moltissimi meriti del libro Gomorra di Roberto Saviano vi è, a mio parere, quello di aver brutalmente smascherato un aspetto spesso sottovalutato del fenomeno mafioso: l’imprenditorialità della mafia.
La caratteristica principale della mafia, oggi, è quella di assomigliare ad una grande impresa, con una differenza importante: quella mafiosa è l’impresa perfetta, che non finge neppure di attenersi ad alcun tipo di regola diversa dalla pura e semplice logica del profitto.

Non è esagerato affermare che in molti casi la mafia rappresenta la prosecuzione dell’impresa con altri mezzi. I ragazzini narrati da Saviano che girano con le foto dei boss sui telefonini e ne scimmiottano i comportamenti non sono attratti, come qualche ingenuo potrebbe credere, da un sistema di valori completamente “altro” da quello che impera nella società contemporanea.

Non credo serva no schiere di sociologi per capire cosa quei ragazzini desiderino, perché si tratta di due cose davvero banali: la ricchezza ed il potere. Finché questi due obbiettivi rimarranno pienamente accettabili, e si continuerà a vedere nel loro raggiungimento un valore in sé positivo, la mentalità mafiosa non potrà mai essere sconfitta.
Forse questo può apparire un discorso banale e moralistico, ma credo sia necessario anche, di tanto in tanto, ricordare le cose semplici, scontate, che proprio per questo spesso vengono rimosse.

Quello del commercio equo e solidale rappresenta un movimento variegatissimo, composto da persone con storie e sensibilità molto diverse. Tutte, però, più o meno consciamente, si sono poste una domanda: il mercato è destinato per sua natura ad essere uno strumento per il raggiungimento della ricchezza e del potere, creando inevitabilmente oppressione e disuguaglianza? Oppure può essere piegato a fini più nobili?

Chi rispondeva sì alla prima domanda è caduto in due contrapposte illusioni: quella che si potesse eliminare il mercato (la triste parabola dei socialismi realizzati) o quella che in fondo andasse bene così, che la ferocia del mercato sarebbe in qualche modo stata mitigata dalla viscida carità con cui il ricco si mette a posto la coscienza (il conservatorismo compassionevole della dottrina Bush ne è il miglior esempio).

Il commercio equo e solidale sta dentro al mercato, anche se il mercato pensato dal commercio equo è completamente diverso da quello delle grandi multinazionali e ricorda piuttosto l’economia del dono descritta da M. Mauss.

In questo tipo di commercio contano prima di tutto le persone e la giusta valorizzazione del loro lavoro: si parte dall’assunto che del proprio lavoro ciascuna persona al mondo dovrebbe poter vivere. Ma questo assunto non si traduce soltanto in un freddo calcolo numerico: pagare di più i produttori non è questione di tabelle, un’azienda non pratica fair trade pagando x+1 invece di x un proprio fornitore.

Ciò che rende diverso il commercio equo è il riconoscimento del valore di ogni persona (valore in sé, non valore per un profitto) e, di rimando, il valore aggiunto che ogni persona è spinta a trovare nel proprio lavoro.

Questa mentalità è davvero il contrario di quella mafiosa, perciò credo che impegnarsi concretamente per diffonderla significhi creare un antidoto al fenomeno mafioso, che non a caso si trova a proprio agio, oggi come non mai, in realtà fortemente industrializzate come l’ex “Emilia felix”.

Matteo Pagliani

Mafia, impresa, commercio equo: alcune riflessioniultima modifica: 2010-07-02T08:29:00+02:00da coopvagamondi
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