Carta in cacca di elefante

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Articolo apparso su Terra Nuova – Novembre 2009 n° 244
Carta in Cacca di elefante
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Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior… (F. De André)

Sembra una provocazione, ma dallo sterco dei pachidermi dello Sri Lanka si riescono a produrre oggetti di cartotecnica di pregio. Un progetto del commercio equo e solidale che aiuta sia la popolazione locale che gli elefanti stessi.

Se un po’ di tempo fa qualcuno mi avesse detto che un giorno mi sarei messo a scrivere i miei pensieri e i miei appunti personali su della cacca forse mi sarei anche offeso. Adesso mi ritrovo a maneggiare quel quaderno variopinto da commercio equo e solidale, rilegato col bambù. Ho una curiosità tutta personale. Chi me lo ha regalato infatti mi ha spiegato che la carta è realizzata con cacca di elefante. L’idea mi ha fatto sorridere, originale non c’è che dire. Che il concime sia prezioso per fertilizzare il terreno è un fatto noto anche ai bambini. Forse su questo quaderno nasceranno parole nuove, più sane e rigogliose?
Una volta rimasto solo, torno a studiare l’oggetto misterioso. La penna scivola leggera sulla pagina, scrivo nome e cognome, sfoglio il quaderno con cura. Faccio strusciare il polpastrello per sentirne la grana. E poi con fare sospetto do sfogo a quella curiosità che, lo confesso, mi ha preso immediatamente. La riprova più efficace è avvicinarsi con il naso. Annusare. A questo punto acquisisco la prima certezza: il quaderno fatto con la cacca non ha odore. Ma… farò bene a lasciarlo sul comodino? E i batteri, avranno già invaso la mia camera?  Non avrei mai pensato che si potessero riciclare gli escrementi. Con tutto l’amore possibile per i prodotti equo e solidali, un po’ di diffidenza forse è naturale. Certo, a fare paura è quello che non si conosce. L’unico modo è quello di andare a fondo.

Ma è igienico…?

La risposta che cercavo è già lì sul sito inglese, bella e pronta ad aspettarmi: «Lo sterco viene sottoposto ad un processo di bollitura per un giorno intero e il prodotto finale viene ritenuto igienico con tanto di certificato dall’Istituto nazionale della Ricerca Scientifica di Ceylon». Il prodotto, oltre ad essere ecologico e grazioso, è dunque igienico e sano.
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A questo punto rimangono solo alcune perplessità da risolvere. Qual è il valore aggiunto nell’impiego di sterco animale? Perché costringere persone indigene a maneggiare della cacca di pachiderma? Tutto questo per ottenere i nostri simpatici diari da comodino? Cerco qualche informazione in più e contatto Vagamondi, la cooperativa sociale di Modena che si occupa del progetto.
Erica Ceffa, presidente della cooperativa che dal 2003 è attiva con un progetto di sostegno nello Sri Lanka, mi dà la notizia più rassicurante, capace di farmi cambiare definitivamente idea: lo sterco di elefante non puzza! Ribadisce poi che la carta è spessa e gradevole al tatto, igienicamente sicura e inodore, ma ci tiene a precisare che anche la materia prima, lo sterco di pachiderma, è praticamente inodore, perché non ha il tempo di fermentare nella pancia dell’animale.

«L’elefante mangia di continuo rami, foglie e sterpaglie ed ha una digestione velocissima» precisa Enea. «Praticamente compie solo la prima fase di sbriciolamento delle fibre. Il suo sterco assomiglia ad un gomitolo di rametti di paglia impastata, che viene poi raccolto, bollito e disinfettato con un’alga naturale, e sottoposto a colorazione con gli stessi pigmenti che vengono utilizzati dall’industria alimentare».
Da quattro anni a questa parte Vagamondi è entrata in contatto con l’azienda locale produttrice «Maximus» ed è importatore ufficiale di Dung Paper, la carta realizzata dalle fibre della cacca di elefante, con cui si producono oggetti di cartotecnica di pregio. Quaderni, album, rubriche, scatole per matite, fogli cartonati, buste, biglietti di invito, addirittura cornici dal design accattivante.

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La cooperativa modenese importa oggi questo tipo di carta e i prodotti di cartoleria già lavorati, occupandosi poi della distribuzione presso le botteghe del commercio equo e solidale. La Dung Paper però, forse proprio per il suo alto valore simbolico dirompente, ha saputo anche conquistare aziende fuori dal circuito. Erica fa l’esempio una ditta del Trentino che fa maglioni in Cashmere e la utilizza per i cartellini con le etichette. Stessa scelta anche da parte di una cooperativa di Arezzo, che utilizza il prodotto made in Sri Lanka per i propri biglietti di auguri.

L’elefante ha le sue ragioni
«Ho sentito dire che la gente raccoglie il mio sterco dalle risaie e foreste dove io mi aggiro. In quanto animale adulto e con il più formidabile appetito del mondo, mangio mediamente 180 kg di cibo al giorno e vado «in bagno» anche 16 volte. La mia dieta è altamente fibrosa, così come lo è lo sterco.
Sul libricino prodotto da Maximus, disponibile anche in italiano, un simpatico pachiderma in mutande spiega per filo e per segno tutta la procedura di trasformazione. Uno degli ostacoli principali che il prodotto deve superare, infatti, è di tipo psicologico. Grazie al linguaggio colloquiale e alle immagini a fu- metto, il messaggio è alla portata di tutti, anche dei bambini:
«La gente fa essiccare lo sterco al sole, quindi lofa bollire per un giorno in- tero per eliminare tutti i germi. La pasta è versata dentro uno stampo immerso in un tino d’acqua. Magia! Con il mio sterco siforma un foglio di carta, senza aggiungere elementi chimici dannosi, come invece fanno alcune grandi cartiere! I torchi eliminano l’acqua e trasformano lo sterco in fogli sottili. Con 10 kg del mio sterco si fanno circa 660 fogli di carta di formato A4».

Scegliendo di far parlare direttamente l’elefante, la Dung Paper Maximus ha voluto dar voce ai protagonisti. L’azienda ha il pregio di dare impiego a circa 50 lavoratori, ma senza dubbio il protagonista simbolico del progetto è lui, il più grande animale terrestre. Certo, con i bambini occidentali seduti in salotto ha vita più facile, risulta subito simpatico. Per i contadini cingalesi, che da decenni si vedono invadere e danneggiare i terreni coltivati, al contrario è una figura troppo ingombrante, da allontanare o togliere di mezzo.
Nello Sri Lanka gli elefanti, in effetti, non li vuole nessuno. Non vengono uccisi per le loro zanne, né per la carne o la pelle. Vengono semplicemente abbattuti perché interferiscono con l’agricoltura. L’azienda locale stima che dal 1950 ad oggi siano stati uccisi più di 4000 capi. Un problema rilevante soprattutto nel Nord del paese, attraversato da un estenuante conflitto tra le forze governative e le «tigri» tamil, e dove si pratica un’agricoltura di sussistenza di tipo tradizionale.

Il governo, per dare ricovero agli animali che si perdono nelle foreste, ha creato vicino a Kegalle la “Millennium Elephant Foundation”, una sorta di orfanotrofio dove vengono accuditi gli animali feriti o solamente usciti dal branco.
Non molto lontano da questa struttura, il caso ha voluto che nascesse Maximus. Fondata nel 1997, l’azienda originariamente si occupava di riciclare carta e prodotti di scarto come paglia di riso, o scarti di cannella e banana. A questo punto l’idea geniale: perché non utilizzare anche questo tipo di rifiuto già pronto e ricco di fibre vegetali?
I dirigenti dell’azienda si resero conto che i 6 grossi inquilini del ricovero erano una fonte vivente di materia prima, un materiale ottimale per la produzione di carta.
Dopo aver messo a punto le procedure produttive venne dunque inventato e depositato il logo Elephant Dung Paper, la carta di cacca di elefante. Da allora il fatturato ha cominciato presto ad aumentare e la fabbrica esistente a Kegalle è stata ampliata per far fronte alla crescente produzione. Attualmente occupa quasi cinquanta persone tra le due sedi.

La materia prima, nobilitata dall’inserimento nella filiera produttiva, non è tutta prodotta in loco. La raccolta dello sterco in parte viene eseguita da quelli stessi contadini del Nord che un tempo consideravano l’animale solo un acerrimo nemico. La strategia dell’azienda è stata quella di mettere in campo soluzioni per migliorare la situazione socio-economica in cui vivono le persone delle aree rurali, dove molto spesso la lotta tra l’uomo e gli elefanti selvaggi per la terra è tremendamente dannosa per entrambi. Forse non sarà una gallina dalle uova d’oro, ma con 2 quintali di cacca al giorno l’elefante è diventato un produttore di benessere anche per i piccoli produttori locali. Nell’immaginario collettivo si insinua la convinzione che questo animale possa venire accettato come un valido alleato per la sopravvivenza reciproca.

Il progetto, forte di questa nuova prerogativa e dislocato nelle aree di conflitto tra governo e tigri Tamil, ha preso il nome «Carta di Pace». «L’intento» scrivono i responsabili di Maximus «è quello di creare succursali autonome per il riciclo dello sterco di elefante selvaggio. Questo speriamo creerà un rapporto reciproco e vantaggioso tra l’uomo e l’animale, al posto dei conflitti che continuano a imperversare nella regione».

Fiori e letame
«La carta che importiamo» racconta Erica di Vagamondi «ha una grammatura che va dai 100 ai 200 grammi per metro quadro e una composizione mista: il 75% delle fibre proviene dallo sterco di elefante, il restante 25% da carta riciclata. Si potrebbe utilizzare anche un 100% sterco, ma risulterebbe un po’ troppo spessa e fibrosa. L’equilibrio che si raggiunge col misto ci sembra migliore».

Ad oggi si continua ad utilizzare la paglia del riso e il latrato di cannella e banana per aggiungere le colorazioni. Ma dentro Maximus il valore aggiunto delle materie prime si sposa con una cura del manufatto e l’elevata attenzione all’estetica. «A volte dall’Italia facciamo delle richieste specifiche e apportiamo dei suggerimenti di design» spiega Erica.
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La collaborazione tra la realtà italiana e quella cingalese si è fatta molto stretta. Tuttavia la presenza di Vagamondi nell’Isola di Ceylon ha una storia più lunga e indipendente che, nella sua natura, continua ad esistere ancora oggi. La Cooperativa infatti aveva aperto il progetto «Araliya», un gruppo di lavoro formato da 70 donne, organizzato secondo criteri del commercio equo solidale per la produzione di fiori, tulle e coccarde per la confezione di bomboniere. Araliya è il nome di un profumatissimo fiore bianco originario della Sri Lanka, che nella lingua locale significa «bellezza di donna». Il progetto vuole far sì che le donne riescano a pagare la retta per poter inserire i ragazzi a scuola, costruita con il contributo di Vagamondi, insieme alle Suore della Provvidenza.

cacca_elefante_01.jpgAll’attivo la cooperativa modenese vanta anche un progetto legato alla lavorazione delle corde in fibra di cocco, con cui si realizzano soprattutto zerbini ad opera di una famiglia di Negombo. Grazie ad un’operazione di microcredito è stato possibile acquistare le macchine e i colori necessari per la produzione.

Per chi volesse toccare con mano la realtà del Paese e tutti i progetti menzionati, oggi Vagamondi, insieme all’associazione «Cose dell’altro mondo», propone un’esperienza di turismo responsabile, l’occasione «giusta» per viaggiare in modo consapevole in quella terra che molti, per la posizione geografica, chiamano ancora la lacrima dell’India. Gli appunti di viaggio, in questo caso, nella cacca di elefante troverebbero il terreno migliore dove poter germogliare.

di Gabriele Bindi

Articolo apparso su: aam Terra Nuova
Per maggiori informazioni: http://www.vagamondi.net/

Carta in cacca di elefanteultima modifica: 2010-02-02T21:40:00+01:00da coopvagamondi
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